SHOAH, IL RABBINO DI SEGNI A EMANUELE FILIBERTO DI SAVOIA: “NON SI POSSONO PERDONARE DANNI FATTI DA ALTRI, LA RESPONSABILITÀ È PERSONALE”

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di Patrizia Vassallo

Emanuele Filiberto di Savoia tre giorni fa ha inviato una lettera alla comunità ebraica di Roma per condannare la firma che il bisnonno Vittorio Emanuele III fece nel 1938 approvando di fatto le leggi razziali. “Una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile, un’ombra indelebile per la mia Famiglia, una ferita ancora aperta per l’Italia intera”, ha voluto sottolineare. “Vi scrivo a cuore aperto una lettera certamente non facile, una lettera che può stupirvi e che forse non vi aspettavate. Eppure sappiate che per me è molto importante e necessaria, perché reputo giunto, una volta per tutte, il momento di fare i conti con la Storia e con il passato della Famiglia che oggi sono qui a rappresentare, nel nome millenario di quella Casa Reale che ha contribuito in maniera determinante all’unità d’Italia, nome che orgogliosamente porto. Scrivo a voi, Fratelli Ebrei, nell’anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, data simbolo scelta nel Duemila dal Parlamento della Repubblica Italiana, a memoria perpetua di una tragedia che ha visto perire per mano della follia nazi-fascista 6 milioni di ebrei europei, di cui 7500 nostri fratelli italiani. È nel ricordo di quelle sacre vittime italiane che desidero oggi chiedere ufficialmente e solennemente perdono a nome di tutta la mia Famiglia. Ho deciso di fare questo passo, per me doveroso, perché la memoria di quanto accaduto resti viva, perché il ricordo sia sempre presente. Condanno le leggi razziali nel ricordo del mio glorioso avo Re Carlo Alberto che il 29 marzo 1848 fu tra i primi Sovrani d’Europa a dare agli italiani ebrei la piena uguaglianza di diritti. Condanno le leggi razziali nel ricordo dei numerosi italiani ebrei che lottarono con grandissimo coraggio sui campi di battaglia dell’Ottocento e del primo Novecento da veri Patrioti. Condanno la firma delle leggi razziali nel ricordo della visita alla nuova Sinagoga di Roma che proprio mio bisnonno Vittorio Emanuele III fece nel 1904, dopo che il 13 gennaio dello stesso anno si disse addirittura favorevole alla nascita dello stato ebraico e così si espresse: ‘gli ebrei, per noi, sono Italiani, in tutto e per tutto'”. “Desidero che la Storia non si cancelli, che la Storia non si dimentichi e che la Storia abbia sempre la possibilità di raccontare quanto accaduto a tutti coloro che hanno fame e sete di verità. Le vittime dell’Olocausto non dovranno mai essere dimenticate e per questo motivo, ancor oggi, esse ci gridano il loro desiderio di essere giustamente ricordate. Anche la mia Casa ha sofferto in prima persona, sebbene per motivi politici, ed è stata ferita profondamente negli affetti più cari: come potremmo dimenticare la tragica fine di mia zia Mafalda di Savoia, morta il 28 agosto 1944 nel campo di concentramento di Buchenwald dopo un’atroce agonia? Come potrei dimenticare che anche mia zia Maria di Savoia fu deportata con il marito e con due dei loro figli in un campo di concentramento vicino a Berlino? Ed entrambe erano figlie sempre dello stesso Vittorio Emanuele III. “Scrivo a voi fratelli Ebrei, con viva e profonda emozione nel lancinante ricordo del rastrellamento del Ghetto avvenuto il 16 ottobre 1943. Scrivo a voi fratelli Ebrei, nell’angoscioso ricordo delle troppe vittime che la nostra amata Italia ha perso. Scrivo a voi questa mia lettera, sinceramente sentita e voluta, che indirizzo a tutta la Comunità italiana, per riannodare quei fili malauguratamente spezzati, perché sia un primo passo verso quel dialogo che oggi desidero riprendere e seguire personalmente. Con tutta la mia sincera fratellanza” ha concluso Emanuele Filiberto. Ma chiunque abbia ascoltato una testimonianza diretta, o abbia anche solo letto sulle pagine di un libro o visto sul grande schermo le sofferenze patite dagli ebrei ne ha tutt’oggi un ricordo indelebile che nemmeno quello ammette rimpianti.

Riccardo Di Segni, il rabbino capo della comunità ebraica di Roma

Riccardo Di Segni, il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, a Radio 24: “Non si possono perdonare danni fatti da altri, la responsabilità è personale”

Riccardo Di Segni, il rabbino capo della comunità ebraica di Roma, pur non nominando mai l’erede di casa Savoia, ha risposto indirettamente a Emanuele Filiberto di Savoia dai microfoni di Radio 24 e sulla questione del perdono da lui sollevata per la firma delle leggi razziali da parte del bisnonno Vittorio Emanuele III ha detto: “Nella religione ebraica c’è un concetto difficile da spiegare, ma che è logico e fondamentale. Il perdono lo deve chiedere la persona che ha commesso la colpa, non posso essere delegato a chiedere il perdono. Come anche il perdono lo deve dare la persona che è stata offesa, non posso perdonare a nome di altri, per danni fatti ad altri anche se questi altri sono i miei genitori, i miei nonni, i miei antenati. Ognuno è responsabile delle azioni personali e ognuno può chiedere e concedere il perdono se c’è questo rapporto, altrimenti non è possibile”. E alla domanda se c’è una differenza tra il perdono cattolico e quello ebraico, ha risposto: “È una questione teologica antichissima che si presta anch’essa a degenerazioni odiose e antisemite. Si basa sul fatto che da una parte ci sarebbe la religione dell’amore e del perdono, dall’altra quella della giustizia. Questa è una bestialità teologica, non esiste, l’ebraismo è una religione in cui si predica il perdono, se Dio non ci perdonasse nessun essere umano potrebbe sopravvivere. Però per chiedere il perdono e per concederlo bisogna che ci siano degli elementi di base che qui non ci sono”.

“Imperativo è ricordare anche se il rischio è la retorica” 

“Esiste un imperativo che è quello di ricordare per capire come avvengono certe tragedie, ma anche per prevenire che queste tragedie si ripetano” ha poi spiega il rabbino a Radio 24. “Di fronte a questo imperativo c’è un impegno a fare, questo impegno purtroppo molto spesso scivola nella retorica, nella banalizzazione, nell’overdosaggio dei concetti e quindi può creare reazioni di rigetto o di stanchezza. È un’operazione difficile, ma questi rischi non ci devono esentare dal dovere di ricordare”.

Parlamento europeo: 76 anni dalla liberazione di Auschwitz

Mercoledì 27 gennaio il Parlamento europeo celebrerà la ‘Giornata internazionale della memoria dell’Olocausto‘ con una cerimonia virtuale, 76 anni dopo la liberazione del campo di concentramento nazista di Auschwitz il 27 gennaio 1945. (È possibile seguire la cerimonia dal vivo qui).

La cerimonia sarà aperta alle 10.00 con un discorso del Presidente del Parlamento Europeo David Sassoli e un’esibizione di canti tradizionali yiddish di Gilles Sadowsky (clarinetto) e Hanna Bardos (voce).

Il presidente della Conferenza dei rabbini europei, rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt

Seguiranno discorsi a distanza del presidente della Conferenza dei rabbini europei, rabbino capo di Mosca, Pinchas Goldschmidt e del signor Gyula Sárközi, ballerino, coreografo e rappresentante della comunità rom.

La commemorazione si concluderà con un minuto di silenzio in onore delle vittime dell’Olocausto e la preghiera El Maleh Rahamim, recitata da Israel Muller, capo cantore della Grande Sinagoga d’Europa a Bruxelles. Anche a Milano sono previsti incontri organizzati dal Comune di Milano.

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