CORONAVIRUS, IL PREMIER LI KEQIANG BASTA INSABBIAMENTI DI NOTIZIE, MA INTANTO LA CINA CERCA DI DARE LA COLPA ALL’EUROPA

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Ecco due addetti mentre trasportano campioni di test di Coronavirus (Ph. Xinhua tramite API)

Sabato scorso il premier Li Keqiang ha dichiarato a una riunione esecutiva del Consiglio di Stato che la trasparenza è essenziale per controllare le epidemie. “Nel processo di prevenzione e controllo della malattia infettiva, una delle chiavi è cercare la verità dai fatti, rendere note e in modo trasparente le informazioni sull’epidemia e non consentire mai l’occultamento o la mancata segnalazione”.

Casi in aumentano nella provincia di Hebei

Il suo avvertimento arriva mentre la Cina combatte un nuovo ceppo di infezioni da Coronavirus, con un nuovo focolaio che si sta diffondendo rapidamente nella provincia di Hebei.

Sabato, la Cina continentale ha segnalato 69 nuovi casi, più del doppio dei 33 segnalati il ​​giorno prima. E la maggior parte di essi è stata segnalata nell’Hebei dove secondo l’emittente statale CCTV domenica tutte le attività religiose sono state temporaneamente interrotte nei villaggi di Shijiazhuang, capoluogo di provincia ed epicentro dell’epidemia. Con una ragione ben precisa. Perché secondo un rapporto della polizia locale pare che i contagi si siano diffusi a causa di alcuni raduni religiosi ai quali hanno partecipato decine di persone poi risultate positive al Coronavirus che involontariamente hanno diffuso il virus contagiando altre persone.

Shi Jian, l’epidemiologo direttore dell’ufficio di gestione delle emergenze del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie dell’Hebei, domenica ha dichiarato che la situazione non aveva intrapreso una svolta positiva. Lasciando intendere numeri in aumento sul fronte contagi. Poi parlando del sequenziamento genetico dei campioni di Shijiazhuang e della vicina Xingtai analizzati nei laboratori ha dichiarato che i nuovi ceppi provengono dall’Europa aggiungendo che il primo caso potrebbe essersi verificato prima del 15 dicembre. Sottolineando però una diversità con i ceppi segnalati, e ora anch’essi allo studio, in Gran Bretagna e in SudAfrica.

Trasparenza prima di tutto, ma sarà vero?

Li ha anche affermato che una prevenzione più rigorosa e un trattamento migliore del virus non rappresenta soltanto un passo avanti sul fronte della salute pubblica, ma ha un’importanza fondamentale sul fronte della sicurezza nazionale e sulla stabilità sociale della Cina.

I meccanismi di monitoraggio e preallarme, test degli acidi nucleici, isolamento, cure mediche, tracciamento dei contatti e risposta alle emergenze dovrebbero essere rafforzati per contenere il virus, ha detto. Insomma una vera e propria inversione di tendenza rispetto agli inizi dello scorso anno, quando la Cina è stata accusata di avere nascosto notizie sui primi casi di Covid-19 con la conseguenza e dolo di avere provocato una crisi ancora più grande. Anche fuori confine, come già sappiamo.

D’altra parte è noto che il governo cinese controlli rigorosamente tutto che si deve venire a sapere nel suo territorio al punto che ad oggi, gli investigatori dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS), non sono stati in grado nemmeno di andare a Wuhan per eseguire dei test nel mercato di pesce e pollame di Wuhan, nella provincia di Hubei da dove è partito il virus.

Ora pare che l’obiettivo sia quello di puntare il dito sull’Europa

I ricercatori cinesi affermato che i ceppi del virus che tutti hanno sempre pensato che avessero avuto origine da Wuhan siano stati rintracciati in otto paesi di quattro continenti prima dell’epidemia di Wuhan, lasciando intendere che l’epidemia potrebbe aver avuto origine al di fuori della Cina.

Molti ricercatori di diversi paesi, tra cui Italia e Francia, ora stanno anche esaminando le morti per polmonite prima di dicembre 2019 per vedere se la causa dei decessi potrebbe essere imputabile al Covid-19.

Nel frattempo, uno studio del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie ha indicato che oltre il 4% degli 11 milioni di persone nella città potrebbe essere stato esposto al Coronavirus, una stima che equivale a 10 volte le 50.008 persone ufficialmente registrate a metà aprile.

ph: Reuters

Brutte notizie per chi invece ha intenzione di tornare a Hong Kong dalla Gran Bretagna perché dovrà prima trascorrere tre settimane in un altro Paese prima di arrivare in città e poi dovrà trascorrere altre tre settimane in quarantena in un hotel.

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