VINCITORI E VINTI DURANTE LA PANDEMIA DEL 2020

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di Patrizia Vassallo

La pandemia ha colpito l’economia globale e di conseguenza i mercati azionari che hanno registrato un up and down che ha destabilizzato anche le finanze di molte aziende. Non di tutte però visto che da quanto si evince da una ricerca pubblicata dal National Bureau of Economic Research se già lo scorso marzo il 2% delle piccole imprese intervistate ha chiuso definitivamente (nonostante i quasi $ 300 miliardi di aiuti aggiuntivi stanziati dal Congresso per le piccole imprese), aziende come la Apple tanto per far un esempio, hanno registrato una crescita ben oltre il 100%. Per dirla in numeri dal 23 marzo al 21 dicembre, il valore del mercato azionario di Apple ha totalizzato oltre $ 2,18 trilioni, in crescita del 121%.

Insomma la pandemia ha accentuato la divisione tra big e small dividendo il mercato in vincitori e vinti. Questo è stato il rovescio della medaglia del lavorare in smartworking che ci ha fatto imparare in un batter d’occhio a relazionarci su Zoom con un dimestichezza (più o meno) che prima nemmeno ci sognavamo visto che quando al lavoro il pc si bloccava il panico ci faceva mobilitare l’intero reparto IT. E ci ha abituato a ordinare il cibo online con il risultato che il delivery, quando le riunioni hanno sforato l’orario di pausa, è diventato oltre che utile sempre più apprezzato.

Ovviamente, il rovescio della medaglia di quello scenario sono stati edifici per uffici deserti o quasi, i bar e ristoranti vuoti. E poiché poche persone potevano viaggiare se non per lavoro, anche l’industria del trasporto aereo come quella turistica ha subito danni irreversibili. E il rischio nel nuovo anno, (in Italia il blocco dei licenziamenti è stato prorogato dal Governo fino a fine marzo), è che milioni di lavoratori in tutto il mondo vengano licenziati. Chi è salito nel carro dei vincitori e chi è rimasto nel carro dei perdenti?

La Big Tech è stata quella che ha guadagnato di più nel periodo della pandemia, che avendo accelerato il grande cambiamento della vita online che era già in corso, ha obbligato milioni di persone ad adeguarsi alle nuove necessità della vita online. Incrementando i profitti di Apple, Microsoft, Amazon, Facebook e la società madre di Google, che mentre all’inizio dell’anno rappresentavano meno del 17% dell’indice, ora a Wall Street sono dominanti e sono le 5 compagnie più grandi nell’S&P 500

Con la chiusura delle sale cinematografiche e l’arrivo dei blocchi in tutto il paese, le persone si sono rivolte al numero sempre crescente di servizi di streaming video per l’intrattenimento. Gli americani hanno aumentato il loro tempo in streaming del 75% nel secondo trimestre rispetto a un anno fa, secondo Nielsen, poiché la pandemia ha accelerato la tendenza delle persone a passare a guardare la TV online piuttosto che tramite cavo tradizionale. Tra i nuovi servizi lanciati c’erano Peacock di NBCUniversal e HBO Max di WarnerMediaNetflix è stato un grande vincitore, aggiungendo 28 milioni di abbonati durante i primi nove mesi dell’anno. E Disney + ha guadagnato 86,8 milioni di abbonati in un solo anno, un vero salvagente nella tempesta per Walt Disney Co. , le cui altre attività, inclusi studi cinematografici e parchi a tema, sono state sconvolte dalla pandemia.

Anche il delivery ha fatto la sua parte. Basta solo dire che le entrate di Grubhub, da quando più ristoranti hanno iniziato a utilizzare servizi di consegna basati su app per evitare chiusure totali o parziali, da marzo a settembre di quest’anno sono aumentate del 36%. Anche le finanze di Uber, grazie al suo servizio di consegna Uber Eats hanno registrato un’impennata. Una tendenza quella del delivery diventata globale. 

Anche le palestre e i centri sportivi chiusi hanno spostato l’attenzione dei consumatori su App e attrezzi per la ginnastica in casa. Peloton, produttore di bici da fitness interattive, è stato tra coloro che hanno tratto maggior profitto dal trend dell’allenamento da casa. I ricavi durante i primi nove mesi dell’anno sono più che raddoppiati toccando quota 1,9 miliardi di dollari. E dopo l’annuncio dell’acquisizione di Precor, produttore di macchinari fitness per le palestre, per 420 milioni di dollari, è riuscita a dare anche una spallata a Technogym, che quindi ora dovrà fare i conti con un nuovo concorrente. 

L’effetto lockdown, in Italia ha anche fatto registrare un aumento di richieste di animali da compagnia. Sono 7,8 milioni le persone che al termine della quarantena hanno acquistato un pet (o hanno intenzione di farlo), secondo quanto riporta un’indagine realizzata dall’osservatorio Coop2020. Con il risultato che anche gli acquisti di cibo per animali sono aumentati di conseguenza. Anche gli americani costretti a casa hanno ricevuto animali domestici durante la pandemia e gli investitori ne hanno preso atto. Il 67% delle famiglie statunitensi ora possiede un animale domestico, secondo il National Pet Owners Survey 2019-2020 dell’American Pet Products Association. È l’aumento di richieste rispetto è stato di circa il 56%.

Quali sono i comparti che hanno perso terreno nel 2020?

I viaggi quindi i trasporti aerei. Praticamente evaporati nel 2020. Lo dicono i dati di Iata che segnala che i conti delle più importanti compagnie aeree, quest’anno abbiano registrato sempre più copiose perdite: toccando quota -118,5 miliardi di dollari a livello mondiale, – 34,2 miliardi in più di ‘prodondo rosso’ in più rispetto a giugno (-84,3 miliardi). E purtroppo non è finita qui, perché per il 2021 Iata stima perdite per -38,7 miliardi, peggiori dei -15,8 miliardi stimati in giugno. E negli Usa la situazione non va meglio. Il mese scorso Gary Kelly, CEO di Southwest Airlines, ha dichiarato che i viaggi d’affari, una grande fonte di entrate delle compagnie aeree, sono diminuiti del 90 %. Con il risultato che il tasso di dipendenti attivi negli hotel ha raggiunto una media del 45%, in calo rispetto al 66% per tutto il 2019. Per non parlare poi delle crociere: la maggior parte delle principali compagnie di crociere è stata costretta a interrompere volontariamente le partenze dai porti degli Stati Uniti fino alla fine di febbraio 2021.

La crisi determinata dall’emergenza sanitaria ha investito l’economia italiana in una fase caratterizzata da una prolungata debolezza del ciclo. Lo scorso anno il Pil è cresciuto di appena lo 0,3% e il suo livello è ancora inferiore dello 0,1% rispetto a quello registrato nel 2011. Nel primo trimestre 2020, il blocco parziale delle attività connesso alla crisi sanitaria ha determinato effetti diffusi e profondi. Il Pil si è contratto del 5,3% su base congiunturale. Dal lato della domanda, i consumi privati hanno segnato una caduta del 6,6%, rispetto al trimestre precedente, e gli investimenti hanno registrato un calo dell’8,1%. Sul fronte degli scambi con l’estero, il calo delle esportazioni è stato più intenso di quello delle importazioni (rispettivamente -8,0% e -6,2%). Per raccogliere informazioni dirette sulle valutazioni e le scelte degli operatori in questa difficile fase, l’Istat a maggio ha condotto una rilevazione speciale su “Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19”. Nella prima fase dell’emergenza sanitaria conclusasi il 4 maggio, il 45% delle imprese ha sospeso l’attività, in gran parte a seguito dei decreti del Governo e circa una su sette per propria decisione, Tra le imprese che si sono fermate prevalgono largamente quelle di piccola dimensione. Oltre il 70% delle imprese ha dichiarato una riduzione del fatturato nel bimestre marzo-aprile 2020 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Oltre il 40% ha riportato una caduta maggiore del 50%. Molti i fattori di fragilità. Il problema del reperimento della liquidità è stato molto diffuso, i contraccolpi sugli investimenti segnalati da una impresa su otto rischiano di costituire un ulteriore freno ed è anche preoccupante che il 12% delle imprese sia propensa a ridurre l’input di lavoro. Tuttavia, si intravedono fattori di reazione positiva e di trasformazione strutturale in una componente non marginale del sistema produttivo.

Nel corso del 2019 la lunga fase di crescita dell’occupazione si è esaurita, con un moderato calo nella seconda parte dell’anno. Dopo il ristagno dell’inizio del 2020, a marzo e più marcatamente ad aprile, gli occupati hanno registrato un netto calo (circa 450mila in meno nei due mesi, sulla base dei dati più aggiornati) che ha riguardato soprattutto la componente giovanile e quella femminile. A causa delle limitazioni nella possibilità di azioni di ricerca di lavoro, l’effetto della crisi ha determinato un aumento dell’inattività e un calo del tasso di disoccupazione (stimato inizialmente al 6,3% e rivisto al 6,6% per aprile). Le stime provvisorie di Istat, relative a maggio indicano un rallentamento della discesa dell’occupazione con una diminuzione congiunturale di 84mila unità (e oltre 600mila in meno rispetto allo stesso mese del 2019) mentre prosegue la veloce caduta della componente con contratti a termine.

Nel contempo, la graduale riapertura delle attività ha favorito la ricerca di lavoro facendo però alzare il tasso di disoccupazione al 7,8%. La sospensione delle attività ha determinato un aumento senza precedenti degli occupati che non hanno lavorato: circa un quarto del totale a marzo e oltre un terzo ad aprile (pari a quasi 7,6 milioni). Sono cresciuti anche i lavoratori in ferie. in aumento risulta anche la quota di chi lavora da casa almeno alcuni giorni nell’ultimo mese. L’incidenza è stata del 12,6% a marzo e del 18,5% ad aprile, coinvolgendo più di 4 milioni di occupati. La dinamica delle retribuzioni ha registrato segnali negativi nel primo trimestre e in aprile una quota molto ampia dei dipendenti del settore privato (72% nell’industria e 82% nei servizi) in Italia si trova con un contratto di lavoro nazionale scaduto. Nel 2019 è emersa una nuova decelerazione dell’inflazione e la debolezza della domanda ha favorito un’ulteriore discesa dei margini di profitto. Nei primi mesi del 2020 gli effetti del crollo delle quotazioni del petrolio hanno portato a un calo tendenziale dei prezzi al consumo (Indice IPCA) dello 0,3% a maggio. La percezione di aumento dell’inflazione, emersa di recente, è probabilmente connessa alla risalita dei prezzi dei cosiddetti beni di largo consumo, il cui tasso di crescita tendenziale si è avvicinato al 3% ad aprile per scendere al 2,6% a maggio.

Lo scorso anno, l’Italia ha proseguito il percorso di risanamento della finanza pubblica, favorito da un ulteriore ampliamento dell’avanzo primario (l’1,7% del Pil). Il rapporto deficit/Pil è sceso dal 2,2% del 2018 all’1,6%. Questi progressi hanno consentito di mantenere invariata l’incidenza del debito sul Pil (al 134,8%). La crisi ha determinato un primo impatto sull’attività a marzo e poi uno pesantissimo nel mese successivo, con una fortissima contrazione congiunturale di tutte le attività produttive. L’indice di produzione industriale è risultato in aprile inferiore di oltre il 42% rispetto a un anno prima mentre per quello delle costruzioni il calo tendenziale è stato pari a circa il 68%.

Anche il guardaroba di milioni di Italiani ha subito uno stop. Le persone costrette a lavorare da casa a causa della pandemia di Coronavirus hanno ridotto l’acquisto di abiti optando per pigiami e soprattutto tute.  Secondo Maria Rugolo, analista del settore retail NPD Group, intervistata da AP, le vendite di abiti da uomo sono diminuite del 62% da marzo a ottobre rispetto allo stesso periodo del 2019. E di pari passo è stato il trend degli acquisti di abbigliamento al femminile. Le persone hanno optato per il comfort rispetto allo stile, una tendenza già in movimento, ma accelerata da COVID-19. Insomma una buona notizia solo per i produttori di tute, magliette e pigiami.

Anche il mercato immobiliare ha subito dei contraccolpi causati dal lockdown. Gli unici a dare un colpo di acceleratore al settore, sono stati gli investitori, ossia quelli che avevano liquidità sul conto corrente e hanno contribuito, con il loro interesse verso il mattone, al rilancio del settore dopo la crisi degli anni scorsi. Infatti, secondo le analisi dell’Ufficio Studi Gruppo Tecnocasa, negli ultimi cinque anni, la componente di acquisto per investimento è passata dal 18,5% al 25%, con un consistente balzo in avanti. Quali le motivazioni? Il fatto che oltre che dalla rivalutazione del capitale siano attirati anche dal rendimento medio annuo lordo da locazione che, per un bilocale, si aggira mediamente intorno al 5%. Una notevole spinta, poi, è stata data dall’esplosione degli affitti brevi che hanno portato tanti investitori su questo segmento, soprattutto, nelle città ad alta attrattività turistica. Insomma la pandemia ha fatto riscoprire il mattone in generale, come asset da prendere in considerazione per diversificare il proprio portafoglio.

Il futuro? Più aggiornamento professionale, tecnologie avanzate e agenzie multiservizi

“La storia ci insegna che da una crisi non si esce mai uguali a prima, o si migliora o si peggiora”, dice Vincenzo Albanese, presidente FIMAA Milano Lodi Monza Brianza e vicepresidente Confcommercio Milano, lodi, Monza e Brianza. “Da questa considerazione siamo partiti per promuovere una riflessione strategica e un confronto con i nostri Associati. Quali sono le nostre priorità? Dove stiamo andando? Come saremo tra 5 anni? Sono alcuni dei temi che abbiamo sottoposto a un campione di 500 colleghi per definire una vision innovativa della professione. Il compito di consolidare l’autorevolezza della nostra professione appartiene a tutti noi, attraverso la qualità della nostra attività, nei confronti dei clienti e degli altri player del mercato”.

Ma qual è la percezione dei clienti rispetto alla funzione delle agenzie immobiliari ed ai relativi servizi erogati? Il 66% ha espresso un voto tra il 7 (36%) e l’8 (30%). Reputazione in miglioramento, quindi, ma serve trovare linguaggi, strumenti e servizi sempre più adeguati ai tempi e alle necessità. Da qui la richiesta di un continuo aggiornamento professionale (importantissimo per l’82%) e un livello di compensi adeguato per valorizzare le prestazioni dell’agenzia (importantissimo per il 71%). Strategico, inoltre, il miglior utilizzo della tecnologia nella gestione interna e nel rapporto con la clientela (importantissimo per il 58%): le molte restrizioni operative imposte dalla pandemia hanno insegnato al cliente ad essere ancora più selettivo e attento, prima di scegliere un prodotto è apprezzabile avere a disposizione informazioni complete e tecnologie che facilitino anche la relazione a distanza. Inoltre è cambiata radicalmente la relazione con gli spazi, interni ed esterni. Oggi il mercato richiede l’uso della “intelligenza emotiva” anche per questo.

“Quella dell’agente immobiliare è stata a lungo una professione fortemente identitaria che generava senso di appartenenza e di orgoglio”, spiega Paola Caniglia, Partner – Head of Retail BVA Doxa. Oggi la professione ha perso molto della sua attrattività e del suo riconoscimento sociale. Contestualmente però emerge un marcato desiderio di rinnovamento del ruolo e dell’immagine dell’agente”.

Rinnovo dell’immagine, ma anche una grande attenzione al fare rete, collaborando con altre agenzie (importantissimo per il 49%) e a strutturarsi come agenzie multiservizi e non solo di mediazione (importantissimo per il 49%): questo risponde ad esigenze di mercato già in atto da tempo e che il Covid ha evidenziato con maggiore forza. La possibilità, per il cliente, di poter ricevere consulenza sul credito direttamente presso l’agenzia immobiliare, per esempio, è ritenuta molto importante.

La sfida è integrare, come avviene nei Paesi più evoluti, la consulenza immobiliare con quella del credito, per realizzare ‘l’agenzia multiservice’. Il successo degli operatori passa per il livello di servizio erogato ai consumatori”, dice dice Enrico Quadri, AD Hgroup spa Holding.

A tutela dei professionisti e dei clienti c’è l’aspettativa che le Camere di Commercio provvedano ad effettuare un controllo annuale e più serrato sulla regolarità della polizza RC (90%), obbligatoria per legge a garanzia del cliente, fronteggiando così l’abusivismo nel settore. E rispetto alla evoluzione tecnologica del settore, emerge il bisogno di regolare l’attività dei portali immobiliari (78%) e di fare molta formazione per usare al meglio gli strumenti a disposizione.

Ecco il cambiamento che dovranno fare le agenzie immobiliari

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