BREXIT, ACCORDO RAGGIUNTO. THE DEAL IS DONE

Spread the love
Il primo ministro Boris Johnson
(AP Photo/Frank Augstein, File)

di Patrizia Vassallo

Bye, Bye Unione Europea, il 31 dicembre Londra lascerà definitivamente il mercato unico. Ma contrariamente ai peggiori scenari che ci eravamo immaginati senza l’accordo, Boris Johnson è riuscito a fare cambiare direzione agli ultimi pronostici. Con un misto di cinismo e faccia tosta che gli hanno permesso fino ad oggi di fare lo slalom fra una serie di grane, dalle opposizioni in Parlamento, al Covid-19, permettendogli di passare alla storia come il premier del ‘yes deal’.

Chi non ricorda quando dopo le dimissioni in lacrime di Theresa May, il giorno seguente (24 luglio 2019) la Regina Elisabetta II, lo ha incaricato di formare un nuovo governo. Johnson aveva fatto una promessa, di far uscire il Regno Unito dall’Unione europea entro il 31 ottobre 2019 con o senza accordo. Arrivando persino al punto (il 28 agosto 2019) di chiedere alla regina di sospendere i lavori del Parlamento per 5 settimane, dal 10 settembre al 14 ottobre, al fine di evitare l’approvazione di una legge che impedisse l’uscita senza accordo dall’Unione Europea il 31 ottobre. Sospensione che aveva sollevato non poche polemiche nel Paese al punto che lo stesso presidente della Camera dei Comuni, John Bercow, aveva sollevato questioni pesanti incolpando Johnson di “oltraggio alla Costituzione”. Molti sono stati poi i ministri che hanno presentato le dimissioni da Ruth Davidson, del partito conservatore scozzese, convinta “remainer”, al capogruppo dei Tory alla Camera dei Lord George Young. Persino suo fratello minore, Jo. Sono seguite anche delle espulsioni dal partito conservatore (ha fatto scalpore quella di sir Nicholas Soames, il nipote di Churchill).

Insomma una fumata nera cone la pece per il suo governo che all’inizio di settembre 2019 non solo gli ha fatto perdere anche la maggioranza assoluta nella Camera dei Comuni in seguito alla defezione del deputato conservatore Phillip Lee che ha preferito unirsi ai Lib Dem, ma lo ha costretto a fare i conti anche con una mozione anti-No Deal. E le cose, se possibile, sono andate ancora peggio quando ben 11 giudici, che avevano accolto vari ricorsi, gli ha dato torto riguardo la sospensione del Parlamento da lui voluta fino al 14 ottobre.

Il 17 ottobre il Regno Unito e l’Unione europea hanno poi raggiunto un accordo. L’intesa è stata firmata dal presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, e dallo stesso Johnson. Ma la Camera dei Comuni, chiamata a votare su questo accordo il 19 ottobre, ha rinviato il voto a tempo indeterminato in modo da poterlo esaminare dettagliatamente ed essere in grado di decidere in tempo senza rischiare una Brexit senza un accordo. Johnson a quel punto è stato costretto a chiedere alle istituzioni europee un rinvio sulla data del 31 ottobre, e lo ha fatto con una lettera non firmata, assicurando che avrebbe fatto comunque di tutto per far uscire il paese dall’UE entro il 31 ottobre. Gli altri 27 Stati membri dell’UE hanno concordato di posticipare la data di recesso del Regno Unito dell’Unione al 31 gennaio 2020. Così Johnson determinato a realizzare la Brexit “a tutti i costi”, è riuscito a convincere l’opposizione laburista a sostenere la convocazione di nuove elezioni che, dopo l’approvazione da parte della Camera dei Comuni, sono state fissate per il 12 dicembre 2019. Il 6 novembre è stato formalizzato lo scioglimento della Camera dei Comuni. Alle elezioni politiche del dicembre 2019 Johnson conquista una vittoria storica e ottiene la maggioranza assoluta a Westminster con 365 seggi, annunciando la Brexit entro il 31 gennaio 2019 seguita poi un periodo di transizione fino al 31 dicembre 2020. In quel periodo non sono solo le questioni legate alla Brexit a fare finire Johnson sulle prime pagine dei giornali, ma anche la sua decisione in piena pandemia Covid-19, di volere puntare sull’immunità di gregge e volere mantenere misure di confinamento molto più permissive rispetto al resto dei paesi europei. Quando però il 27 marzo il premier dice di avere contratto il virus e il 5 aprile le sue condizioni si aggravano al punto da essere ricoverato nel reparto di terapia intensiva, Johnson appena guarito cambia idee e strategia sulle misure anti-Covid. Il resto è storia di queste ore. “Abbiamo finalmente trovato un accordo, è buono, equilibrato e la cosa più responsabile da fare per entrambe le parti”, ha dichiarato von der Leyen in conferenza stampa con Michel Barnier. “I negoziati sono stati difficili”, ha aggiunto, ma “era un accordo per cui valeva la pena di battersi. Ci possiamo lasciare alle spalle la Brexit“.

“Tra pochi giorni, la legislazione europea non sarà più applicabile al Regno Unito. Il governo del Regno Unito è stato chiaro sulla decisione di voler lasciare il mercato unico, l’unione doganale e porre fine alla libera circolazione. Le decisioni hanno delle conseguenze: la mobilità e il commercio tra l’UE e il Regno Unito non saranno fluidi come prima. Inoltre, è stata una scelta del governo britannico quella di non permettere una transizione più agevole mediante una proroga del termine ultimo per il raggiungimento di un accordo”, ha detto David Sassoli, presidente del Parlamento Europeo. “Il Parlamento accoglie con favore l’intenso dialogo, gli scambi e l’unita senza precedenti dimostrate dalle istituzioni europee durante l’intero processo negoziale. Tuttavia, il Parlamento si rammarica che la durata dei negoziati e la natura di questo accordo all’ultimo minuto non consentano un adeguato controllo parlamentare entro la fine dell’anno. Il Parlamento è ora pronto a reagire in maniera responsabile per ridurre al minimo i disagi per i cittadini e le imprese e per prevenire il caos e le conseguenze negative che deriverebbero da uno scenario “no-deal”. Il Parlamento – grazie alle sue commissioni competenti e durante la sua seduta plenaria – continuerà il suo lavoro di esame prima di decidere se dare il consenso nel nuovo anno. Il Parlamento è stato chiaro fin dall’inizio su quelli che erano i nostri punti fermi” ha aggiunto Sassoli, “e, per tutta la durata dei negoziati, abbiamo lavorato a stretto contatto con il negoziatore capo dell’UE, Michel Barnier, che ha goduto del nostro pieno sostegno. Il Parlamento ha sempre sostenuto la necessità di un accordo equo e totale e siamo lieti che le nostre priorità si riflettano nell’accordo finale. Se il Parlamento europeo deciderà di approvare l’accordo, ne seguirà attentamente l’attuazione. Ringraziamo il vicepresidente Maros Šefčovič per il lavoro svolto per garantire il pieno e fedele rispetto dell’accordo di ritiro. Il Parlamento non accetterà alcuna violazione dei diritti dei cittadini così come non accetterà un ritorno ad una frontiera fisica nell’isola d’Irlanda”. E poi Sassoli ha concluso: “Indipendentemente dalla Brexit, l’UE e il Regno Unito continueranno a condividere valori e interessi comuni. Siamo entrambe delle Unioni fondate sulla democrazia e sul rispetto dello stato di diritto e dobbiamo affrontare molte sfide comuni, dal cambiamento climatico al terrorismo. Questo accordo è un punto di partenza dal quale far partire la nostra nuova collaborazione”.

L’ accordo commerciale e di sicurezza sulla Brexit , finalizzato alla vigilia di Natale, è di quasi 2.000 pagine, inclusi gli allegati. Entrerà in vigore appena verrà approvato da entrambe le parti.

Ecco in sintesi, i principali passi.

Dazi

Sarà evitata in modo quasi completo l’applicazione di dazi alle frontiere sulle merci e i prodotti esportati dal Regno Unito ed Europa e non ci sarà un limite alla quantità di prodotti commerciabili tra i due Paesi. 

Pesca

Un settore di ridotto impatto economico era diventato il maggior nodo da districare. In base all’accordo, l’Europa rinuncia a un quarto della quota di pesce catturato nelle acque del Regno Unito, molto meno dell’80% inizialmente richiesto dalla Gran Bretagna. Il sistema sarà in vigore per 5 anni e mezzo, dopodiché le quote saranno riesaminate. La Francia ha già annunciato aiuti forfettari a pescatori e grossisti francesi fino a 30 mila euro a seconda della loro dipendenza dai prodotti pescati nelle acque britanniche.

Università

Il Regno Unito non farà più parte del programma Erasmus, quindi non solo gli studenti britannici non potranno accedervi ma dall’anno prossimo anche i loro colleghi europei dovranno richiedere il visto per studiare e pagare la retta universitaria (alta) come gli studenti non britannici. Sul punto, il capo negoziatore della Ue, Michel Barnier, ha detto di “rimpiangere” che “il governo britannico abbia scelto di non partecipare più al programma di scambio Erasmus“. Sulla materia, il premier britannico ha promesso il lancio di Alan Turing, il nuovo programma mondiale che dovrà rimpiazzare l’Erasmus. Due studi indipendenti pubblicati dalla Commissione europea a inizio anno hanno dimostrato che il programma Erasmus+ è stato letteralmente “una svolta per 5 milioni di studenti europei” perché “ha migliorato la loro vita personale e professionale, e ha permesso di rendere le università più innovative”.

Viaggi e lavoro

Se per turismo basterà il passaporto per recarsi nel Regno Unito, per potere lavorare oltremanica bisognerà essere in possesso di un visto, ottenibile solo nel caso in cui si abbia già un impiego, retribuito almeno 26.500 sterline (circa 29mila euro) e a patto di avere un livello di conoscenza di inglese B1. È prevista invece una corsia preferenziale (fast-track entry) per ottenere il visto per i lavoratori del settore sanitario. La questione visto non coinvolge gli oltre 4 milioni di europei che già vivono e lavorano in Gb.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Translate »
error: Content is protected !!
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: