ISTAT FA IL PUNTO SULLA SITUAZIONE E LE PROSPETTIVE DELLE IMPRESE, RADDOPPIATE QUELLE CHE VENDONO ONLINE

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Tra il 23 ottobre e il 16 novembre 2020, Istat ha condotto un’indagine per la seconda edizione della rilevazione “Situazione e prospettive delle imprese nell’emergenza sanitaria Covid-19” con l’obiettivo di aggiornare le informazioni raccolte nella prima edizione e consentire nuove valutazioni in merito agli effetti della pandemia sull’attività delle imprese e le loro prospettive.

In questo Report quattro quinti delle imprese oggetto di indagine (804 mila, pari al 78,9% del totale) sono microimprese (con 3-9 addetti in organico), 189 mila (pari al 18,6%) appartengono al segmento delle piccole (10-49 addetti) mentre sono circa 22 mila quelle medie (50-249 addetti) e 3 mila le grandi (250 addetti e oltre) che insieme rappresentano il 2,6% del totale. Più della metà delle imprese è attiva al Nord (il 29,3% nel Nord-ovest e il 23,4% nel Nord-est), il 21,5% al Centro e il 25,9% nel Mezzogiorno. 

Nel corso della rilevazione, il 68,9% delle imprese ha dichiarato di essere in piena attività, il 23,9% di essere parzialmente aperta – svolgendo la propria attività in condizioni limitate in termini di spazi, orari e accesso della clientela. Il 7,2% ha invece dichiarato di essere chiuso: si tratta di circa 73 mila imprese, che pesano per il 4,0% dell’occupazione. Di queste 55 mila prevedono di riaprire mentre 17 mila (pari all’1,7% delle imprese e allo 0,9% degli occupati) non prevedono una riapertura.

L’85% delle unità produttive “chiuse” sono microimprese e si concentrano nel settore dei servizi non commerciali (58 mila unità, pari al 12,5% del totale), in cui è elevata anche la quota di aziende parzialmente aperte (35,2%). Le attività sportive e di intrattenimento presentano la più alta incidenza di chiusura, seguite dai servizi alberghieri e ricettivi e dalle case da gioco. Una quota significativa di imprese attualmente non operative si riscontra anche nel settore della ristorazione (circa 30 mila imprese di cui 5 mila non prevedono di riprendere) e in quello del commercio al dettaglio (7 mila imprese). Il 28,3% degli esercizi al dettaglio chiusi non prevede di riaprire rispetto all’11,3% delle strutture ricettive, al 14,6% delle attività sportive e di intrattenimento e al 17,3% delle imprese di servizi di ristorazione non operative.

Tra le imprese attualmente non operative, quelle presenti nel Mezzogiorno sono a maggior rischio di chiusura definitiva: il 31,9% delle imprese chiuse (pari a 6 mila unità) prevede di non riaprire, rispetto al 27,6% del Centro, al 23% del Nord-ovest e al 13,8% del Nord-est (24% in Italia).

Tra giugno e ottobre fatturato in calo rispetto al 2019 per sette imprese su 10

Il 68,4% delle imprese (che rappresentano il 66,2% dell’occupazione) ha dichiarato una riduzione del fatturato nei mesi giugno-ottobre 2020 rispetto allo stesso periodo del 2019. Nel 45,6% dei casi il fatturato si è ridotto tra il 10% e il 50%, nel 13,6% si è più che dimezzato e nel 9,2% è diminuito meno del 10%. Rispetto a quanto rilevato per il bimestre marzo-aprile 2020, si conferma dunque un’elevata incidenza di imprese con il valore delle vendite in flessione (erano il 70%), ma si riduce l’intensità: il 41,4% delle imprese aveva infatti riportato una riduzione del fatturato superiore al 50% rispetto agli stessi mesi del 2019, il 27,1% tra il 10 e il 50% e il 3% meno del 10%.

Sul territorio, la quota di imprese con vendite in crescita risulta superiore alla media nazionale nella provincia autonoma di Trento (17,5%), in Veneto (12,5%) e Abruzzo (12,3%). Sul versante opposto, la quota di imprese che fanno registrare una flessione del fatturato superiore al 50% è più alta nel Lazio (18,3%), in Sicilia (17,4%), Campania (17,3%) e Calabria (17,1%).

A livello settoriale, recuperano rispetto ai risultati particolarmente negativi di marzo-aprile le imprese che operano nelle costruzioni, con il 26,8% che dichiara una stabilità del fatturato e l’11,5% una crescita,  contro l’8,3% e il 6,1% di marzo-aprile. Nel complesso, recupera anche il settore della produzione di beni intermedi, ma con specificità a livello di singoli comparti. Più nel dettaglio, la metallurgia presenta una quota relativamente elevata di imprese con flessione del fatturato mentre nelle industrie farmaceutiche l’incidenza di dinamiche positive, pur consistente (22% dei casi), è inferiore a quella di marzo-aprile (28%); l’opposto avviene per l’industria della chimica (21,8% a giugno-ottobre e 18,6% a marzo-aprile). La quota di operatori che riportano una perdita di fatturato compresa tra il 10 e il 50% è superiore alla media complessiva (45,6%) nel comparto dei beni alimentari (50,8%) e in quello dei beni di investimento (49,2%). All’interno della manifattura sono particolarmente colpiti la fabbricazione di prodotti in pelle, l’industria del legno, della carta stampata.  La fabbricazione di altri mezzi di trasporto registra invece una quota significativa di imprese con un fatturato in crescita (26,2%).

Il commercio, in particolare quello al dettaglio, ha risultati in linea con quelli aggregati nonostante le limitazioni amministrative: il 42,3% registra un calo del 10-50%, il 10,6% di oltre il 50% e l’11,2% di meno del 10%. Molto più negativo l’andamento dei servizi ricettivi: il 43,5% delle imprese dichiara assenza di fatturato o una diminuzione superiore al 50%, il 43% un calo del 10-50%. Analogamente, il comparto della ristorazione registra il prevalere di flessioni, anche se con un’intensità inferiore rispetto a quello ricettivo: il 26,7% non registra fatturato o subisce riduzioni di oltre il 50%, il 56,3% tra il 10-50%.

I servizi alla persona, alle imprese o professionali si confermano i comparti più colpiti non riuscendo a beneficiare se non in misura limitata del complessivo miglioramento rispetto alla situazione di marzo-aprile.  

Tra i comparti in difficoltà spicca quello delle agenzie di viaggio e tour operator: l’88% dichiara una assenza di fatturato o una perdita superiore al 50%. Diminuzioni superiori alla media si rilevano anche nel campo delle attività creative e artistiche, di produzione cinematografica e musicale, sportive e di intrattenimento, nell’assistenza sociale non residenziale, case da gioco, attività di noleggio e leasing, istruzione e nel settore della pubblicità e ricerche di mercato.

Le micro imprese (3-9 addetti), più delle altre tipologie dimensionali, attribuiscono il calo del fatturato alle restrizioni dovute all’attuazione dei protocolli sanitari, con un’incidenza del 43,2%. Nelle piccole imprese tale quota scende al 35,4%, con un’importanza analoga a quella del calo della domanda nazionale di beni o servizi (35,3%).

Tra le medie e grandi imprese la riduzione del fatturato è invece attribuita direttamente al calo della domanda nazionale (36,1% delle risposte tra le imprese di 20-249 addetti e 38,7% tra quelle di 250 addetti e più) o di quella estera (24,8% e 24,3%). Sono decisamente meno frequenti le segnalazioni relative a effetti negativi connesse all’acquisizione di materie prime, sia in termini di fornitura (1,7%) sia per l’aumento dei prezzi (1,6%), sia per le esigenze di isolamento/quarantena del personale (3,2%).

Sei imprese su 10 prevedono perdite di fatturato tra dicembre e febbraio

Per il periodo dicembre 2020 – febbraio 2021, il 61,5% delle imprese prevede una contrazione del fatturato rispetto agli stessi mesi dell’anno precedente.  Nel 40% dei casi il calo è previsto tra il 10 e il 50%, nel 15,1% di oltre il 50% e nel 6,4% di meno del 10%.

In termini prospettivi la maggior parte delle imprese (52,5%) conferma l’andamento sperimentato nel periodo giugno-ottobre 2020. Nei rimanenti casi invece, prevale un giudizio più negativo. Quasi una impresa su quattro (226 mila unità, pari al 22,6% delle imprese e al 18% dell’occupazione) prevede un peggioramento e il 18,0% (180mila) non è in grado di fare previsioni.

Le valutazioni negative sono diffuse nei settori più colpiti dalla crisi, ossia servizi di alloggio (42,1%), ristorazione (31,9%), agenzie di viaggio e tour operator (35,8%), attività sportive, di intrattenimento e divertimento (32,2%) e attività creative e artistiche (31,6%). A livello territoriale, la quota di imprese che attendono una diminuzione del fatturato è lievemente maggiore nelle regioni del Nord (Nord-est 24,6%, Nord-ovest 23,3%, Centro 22,1% e Mezzogiorno 20,4%).

Misure di prevenzione applicate ma costi rilevanti per un quarto delle imprese

La necessità di adottare misure sanitarie e adeguare i processi produttivi al fine di ridurre il rischio di contagio ha riguardato la quasi totalità delle imprese Italiane con almeno 3 addetti. Solo l’1,4% (che rappresenta una quota inferiore al punto percentuale in termini di addetti) ha dichiarato di non averne presa alcuna. Nel complesso, la sanificazione e la fornitura di DPI è stato considerato un costo rilevante dal 64,8% delle imprese (76,2% degli addetti), mentre nel 33,2% dei casi (pari al 22,4% degli occupati) i costi sono stati considerati poco rilevanti. Solo una quota residuale (2,1%) delle unità produttive non ha approntato misure di sanificazione e fornitura di DPI.

Nessuno adeguamento degli spazi lavorativi per quattro imprese su 10

Molte imprese hanno dovuto adattare gli ambienti di lavoro, in modo da consentire il distanziamento dei lavoratori nelle varie fasi dei processi produttivi. Fra le imprese attive al momento della rilevazione, una quota del 58,7% (che incide per il 71,7% in termini di addetti), ha modificato o sta adattando gli ambienti di lavoro. In particolare, il 3,4% sta ancora ultimando i lavori, il 15,7% li ha terminati dopo la prima fase di lockdown amministrativo, mentre nel 39,7% dei casi l’adattamento dei luoghi di lavoro è stato portato a termine proprio durante l’interruzione dell’attività produttiva di aprile scorso.

Il 41,3% delle imprese, rappresentative del 28,3% dell’occupazione, non ha modificato gli ambienti di lavoro: il 6,5% perché tecnicamente impossibile o troppo costoso; il 34,8% per altre motivazioni. Il mancato adeguamento degli spazi riguarda in particolare il settore delle costruzioni, dove il 54,6% delle imprese non ha ritenuto di dover intervenire e il 7,6% non è stato in grado di farlo a causa dei costi elevati o dell’impossibilità tecnica; nel commercio e negli altri servizi l’adeguamento è stato ultimato a cavallo del lockdown in più del 60% dei casi.

Cig ancora la misura più utilizzata dalle imprese

A fine novembre 2020, l’adozione di specifiche misure di gestione del personale a seguito dell’emergenza sanitaria ha riguardato oltre tre quarti delle imprese italiane con almeno 3 addetti (circa 754mila unità, che impiegano 11,1 dei 12,8 milioni di addetti complessivi dell’universo di riferimento); è una quota significativa ma inferiore a quella rilevata a maggio (che sfiorava il 90%).

Il restante 25% (248mila imprese, con 1,7 milioni di addetti) non ha alterato le strategie di impiego dei lavoratori o ha trovato un nuovo assetto immediatamente dopo la fine del lockdown. Questo insieme è composto prevalentemente da unità di piccola o piccolissima dimensione (meno di 50 addetti) che operano soprattutto nei comparti delle costruzioni e del commercio, e in alcuni settori industriali, quali prodotti petroliferi, altri mezzi di trasporto e filiera del legno-mobili.

Il ricorso alla Cassa integrazione guadagni (Cig) o ad analoghi strumenti di sostegno dal lato del costo del lavoro, quali il Fondo integrazione salariale (Fis), ha rappresenta ancora la misura più utilizzata dalle imprese per fronteggiare gli effetti dell’epidemia Covid-19 (41,8% delle unità). Il fatto che tale strumento risulti oggi utilizzato in misura meno massiccia rispetto allo scorso maggio, quando riguardava il 70% delle imprese, è anche il riflesso del recupero dell’attività economica registrato nei mesi successivi al lockdown.

Le altre misure di gestione del personale sono molto meno diffuse: la riduzione delle ore o dei turni di lavoro (o iniziative temporanee per ridurre il costo del lavoro) e l’obbligo delle ferie per i dipendenti sono state indicate rispettivamente dal 22,6 e dal 21,3% delle imprese. La rimodulazione dei giorni di lavoro, la formazione aggiuntiva dei lavoratori e il rinvio delle assunzioni riguardano una quota di imprese compresa tra circa il 13 e il 15%. Infine, alle modalità di lavoro a distanza (smart working e telelavoro) ha fatto ricorso l’11,3% delle imprese, una quota inferiore rispetto ai primi mesi della crisi sanitaria.

In termini di dimensione aziendale non vi sono differenze di rilievo. Altre strategie assumono, invece, una marcata connotazione dimensionale: ad esempio il ricorso all’obbligo di fruizione delle ferie e alla formazione del personale aumenta al crescere della dimensione aziendale. Ciò caratterizza in particolare lo smart working/telelavoro, adottato dall’8,0% delle microimprese (3-9 addetti), dal 19,1% delle piccole (10-49 addetti) e da oltre la metà delle medie (50-249 addetti) fino al 77,4% delle grandi i (250 addetti e oltre).

Sul piano settoriale, la Cig/Fis è generalmente più diffusa nell’industria in senso stretto (dove riguarda ancora il 47,8% delle imprese, in calo rispetto al 76% di maggio scorso), con picchi prossimi o superiori a due terzi nella stampa e nel tessile, abbigliamento e pelli. Nel terziario la riduzione del ricorso a questo strumento, che riguarda comunque il 41,1% delle unità, non ha invece coinvolto le attività più colpite dalle conseguenze dell’epidemia: nei settori di trasporto aereo, agenzie di viaggio, assistenza sociale non residenziale il 70% o più delle imprese ha fatto ricorso a misure di integrazione delle retribuzioni.

Effetti positivi dello smart working per le imprese di grandi dimensioni

A novembre 2020, le unità produttive con almeno tre addetti non sembrano riscontrare nel complesso un impatto molto significativo dello smart working/telelavoro sulla loro attività: oltre la metà delle imprese segnala assenza di effetti su produttività, costi operativi, efficienza, investimenti in formazione del personale, adozione di nuove tecnologie (Figura 7).

Nei casi in cui il lavoro a distanza ha prodotto risultati, questi si differenziano a seconda dell’aspetto dell’attività d’impresa considerato, e sembrano presentare i tratti di effetti di breve periodo connessi a importanti mutamenti organizzativi e tecnologici. Si registrano con maggiore frequenza conseguenze tendenzialmente negative sulla produttività e l’efficienza aziendale (oltre che, come atteso, sulle relazioni interpersonali dei lavoratori).

Effetti prevalentemente positivi vengono osservati sul benessere del personale e su aspetti legati agli investimenti in capitale immateriale, ovvero l’adozione di nuove tecnologie e, in misura minore, quelli in formazione del personale. Le risposte delle imprese non fanno emergere un giudizio chiaro circa l’impatto del lavoro a distanza sui costi operativi, poiché le percentuali di risposte positive e negative si equivalgono. Tuttavia le unità di piccole dimensioni segnalano in prevalenza situazioni di aumento, mentre per medie e grandi imprese sono più frequenti le indicazioni di riduzione dei costi.

Questi risultati potrebbero segnalare tendenze specifiche di diversi segmenti del sistema produttivo, a seconda che la diffusione del lavoro a distanza tenda a colmare o ad accentuare divari di efficienza già esistenti. Le prime indicazioni sono a favore di performance divergenti: le imprese che segnalano effetti positivi dello smart working/telelavorosu produttività, efficienza, adozione di nuove tecnologie e costi operativi sono decisamente più grandi e più produttive di quelle che riscontrano conseguenze negative.

La ragione è in parte legata al settore di attività economica: anche se i segni delle percentuali nette di risposte non differiscono in misura significativa tra industria e servizi, i vantaggi del lavoro a distanza tendono a osservarsi con maggiore frequenza nel terziario: dei dodici comparti (su settantotto) nei quali prevalgono le indicazioni di benefici in termini di produttività, otto riguardano attività dei servizi, in maggioranza servizi di mercato (attività postali, trasporto aereo e marittimo, editoria, servizi assicurativi e pensionistici, R&S). Benefici relativamente diffusi dal lato dei costi operativi vengono segnalati in prevalenza dalle imprese di trasporto marittimo e aereo, lotterie e case da gioco.

Debito bancario strumento più diffuso per fronteggiare il fabbisogno di liquidità

Lo shock sul fabbisogno di liquidità generato dalla crisi continua a trovare nel credito bancario lo strumento di risposta principale: tra giugno 2020 e il momento della rilevazione il 35,4% delle imprese (30,1% in termini di occupati) ha scelto l’accensione di nuovo debito bancario, anche tramite le misure di sostegno introdotte dai decreti in materia. Sebbene tale strumento resti quello principale, l’incidenza risulta in calo rispetto alla prima fase dell’emergenza quando era segnalato dal 42,6% delle imprese.

A orientarsi verso un nuovo debito continuano a essere soprattutto le micro e piccole imprese (rispettivamente 35,1% e 37,0%). In termini settoriali, vi ricorrono con relativa maggior frequenza le imprese più coinvolte nelle chiusure da decreto, attive nei servizi e specialmente le agenzie di viaggio e i tour operator (52,8%) e i servizi di alloggio e di ristorazione (46,1%); la manifattura presenta un’incidenza del 37,4%, ma nella fabbricazione di articoli in pelle si raggiunge il 49,8%.

È aumentata la platea di imprese in grado di far fronte all’emergenza con le proprie risorse: il 28,9% (era il 23,2% a maggio 2020) dichiara di non aver fatto ricorso ad alcuno strumento per fronteggiare la mancanza di liquidità a partire da giugno 2020; l’incidenza è più alta tra quelle non toccate da una riduzione di fatturato. Tali imprese corrispondono al 30,5% degli occupati e in media registrano una produttività nominale del lavoro (circa 69mila euro) maggiore di quella media.

Inoltre, una impresa su quattro (24,8%) è in grado di gestire il fabbisogno di liquidità ricorrendo all’utilizzo di attività liquide già presenti nel proprio bilancio a partire dal mese di giugno 2020, anche in presenza di una significativa riduzione di fatturato. Tale capacità è più diffusa nelle imprese di media e grande dimensione (34,7% e 37,4%). Dal punto di vista settoriale a scegliere questa misura sono le imprese dei servizi, in primis i trasporti marittimi (50,1%) e le agenzie di viaggio (48,7%).

Chi ha chiesto un sussidio…

Alla base della richiesta di sussidio vi è quasi sempre il finanziamento dell’attività corrente dell’impresa, al quale è assegnata importanza elevata dall’86,7% dei rispondenti, senza distinzioni settoriali. Dal punto di vista dimensionale, invece, mentre le micro e le piccole imprese sono in linea con la media (86,8% delle micro e delle piccole), le medie e le grandi indicano meno frequentemente questa motivazione (81,8% e 81,5%) avendo maggiori canali per fronteggiare le necessità finanziarie correnti.

Tra le motivazioni indicate segue, per rilevanza, la copertura dei costi fissi non comprimibili, come i canoni di locazione, indicata dal 58,7% delle imprese, con frequenza maggiore nei servizi. Hanno rilievo anche gli obiettivi di ripagare i debiti in essere o la componente di servizio del debito (espressa dal 49,7%) e di aumentare le scorte di liquidità a scopo precauzionale (49,1%).

Viceversa, alla base della decisione di non effettuare la richiesta di accesso alle misure di sostegno introdotte dal Governo vi è innanzitutto una disponibilità di liquidità, nonostante la riduzione di fatturato, espressa dal 24,8% delle imprese ma con minor frequenza tra le micro, seguita dalla non riduzione del fatturato (22,5%). La difficoltà burocratica invece è dichiarata da circa una impresa su dieci (11,3%), con particolare frequenza tra le imprese di dimensione minore.

Più della metà delle imprese (55,3%) ha previsto che il proprio livello di indebitamento rimarrà stabile al 31 dicembre 2020 rispetto alla stessa data dell’anno precedente. La differenza tra classi dimensionali è molto contenuta, con incidenze più elevate tra le grandi (59%) e micro imprese (56%).  Il 42% delle imprese ha invece dichiarato un aumento del livello di indebitamento e, tra queste, il 12,5% lo definisce di misura consistente. L’aumento del livello di indebitamento registra frequenza maggiore tra le unità produttive più piccole (45,1%). Il restante 2,7% delle imprese, contraddistinte da un livello medio di produttività molto elevato (103mila euro per addetto), dichiara invece che l’indebitamento diminuirà.

La dinamica del fatturato spiega solo in parte la variazione del livello di indebitamento. Circa tre quarti delle imprese con fatturato in aumento non registrano variazione di indebitamento (72,7%) mentre un altro quarto (23,2%) dichiara che aumenterà l’incidenza dei propri debiti finanziari sul patrimonio netto; tra queste imprese, circa un terzo utilizza il credito bancario come strumento esclusivo per fronteggiare la mancanza di liquidità.

Viceversa, un ampio insieme di imprese prevede un livello di indebitamento stabile pur in presenza di fatturato in (drastico) calo: si tratta del 30,5% delle imprese con fatturato nullo o ridotto oltre il 50% e del 49,5% di quelle con fatturato ridotto entro il 50%, pari complessivamente a oltre 300mila unità.

Quasi raddoppiate le imprese che vendono beni o servizi sul proprio sito web

L’utilizzo di canali di vendita online da parte delle imprese, sebbene in forte sviluppo, resta piuttosto limitato a causa di alcuni fattori strutturali. In primo luogo, la maggioranza delle imprese non vende i suoi prodotti o servizi ai consumatori finali ma piuttosto ad altre imprese e quindi non trova utile esporre il catalogo prodotti su un sito web, proprio o di intermediari. In secondo luogo, la rete del commercio al dettaglio tradizionale presenta un radicamento nel sistema economico che deriva anche dalla propensione della clientela all’interazione diretta con il venditore.

Nonostante ciò, la vendita di beni o servizi mediante proprio sito web (e-commerce), adottata prima della crisi Covid dal 9,2% delle imprese italiane con 3 addetti e oltre (circa 90 mila imprese), è quasi raddoppiata e riguarda attualmente il 17,4% delle stesse. Si stima quindi che circa 170 mila imprese dispongano attualmente di siti web per l’e-commerce.

Inoltre, una parte dell’offerta online di prodotti e servizi è mediata da piattaforme digitali che operano come intermediari commerciali tra una molteplicità di imprese e i consumatori. Queste piattaforme consentono alle imprese di entrare in contatto con un elevato numero di potenziali clienti, sia in Italia sia all’estero, ma sono spesso legate a specifici settori e più costose della vendita diretta. Prima della crisi le utilizzava il 2,7% delle imprese ma con l’emergenza la quota è salita al 6,5% (circa 64 mila imprese).

Se il cliente è un’impresa, i canali commerciali sono più diretti e con un’interazione costante tra fornitore e acquirente che non resta però impermeabile ai processi di digitalizzazione. L’interazione diretta con i clienti, ad esempio via e-mail, è addirittura il canale digitale di commercializzazione più utilizzato dalle imprese (15,7% pre-Covid, ha raggiunto il 27,8% durante la crisi, circa 275mila imprese).

Anche il sistema dei pagamenti è influenzato dalla digitalizzazione. Dal 5,3% prima della crisi Covid, la quota di imprese che utilizzano sistemi di pagamento sicuro via Internet è passata al 10,5%. Riguardo la diffusione dei pagamenti elettronici (cashless), l’incidenza di imprese che li hanno adottati durante la crisi, essenzialmente nel settore del commercio, ha raggiunto il 15% dal 9,8% del periodo antecedente.

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