ECCO PERCHÉ LA DIVERSITÀ È UN DONO

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di Patrizia Vassallo

Fin da bambina ho sempre avuto un’attrazione particolare per le diversità. La lumaca con il guscio con un colore diverso dalle altre o le cornine più lunghe o corte più delle altre, le pietre con una foggia particolare. Ne raccoglievo tantissime al mare fino a riempire un intero secchiello, coinvolgendo nella ricerca tanti altri bambini entusiasti di questo gioco. Roba de dementi penserà qualcuno. No semplicemente roba di altri tempi. Eppure tuttora quando vado al mare non resisto alla tentazione di infilare la mano nella sabbia alla ricerca di una minuscola pietra diversa dalle altre. Ricordo che con un mio amico, figlio di un noto armatore, nel periodo in cui lui decise di prendersi una pausa da agi e ricchezza, passavo le giornate libere dallo studio, al mare. Ogni volta ci ponevamo l’obiettivo di cercare una spiaggia differente da quella del giorno prima. Rigorosamente non a pagamento e non certo per tirchieria. E se possibile ancora più bella (una ricerca che onestamente in Liguria non è così difficile!). E quando la trovavamo, la soddisfazione di tuffarci in mare calpestando la sabbia – perché in Liguria sulle spiagge non ci sono solo pietre – di un angolo di Paradiso, ci regalava sensazioni straordinarie.

Ricordo anche che quando i miei genitori decisero si separarsi di fatto, (legalmente lo fecero 5 anni dopo, perché la legge sul divorzio entrata in vigore nel dicembre del 1970, prevedeva un’attesa di 5 anni), io ero avevo solo 4 anni, e sperimentai su me stessa la sensazione di essere diversa dagli altri. Oggi sono di più le coppie separate di quelle unite in felici matrimoni, ma negli anni Settanta, i separati erano davvero mosche bianche. E quando dovetti frequentare un istituto privato, perché era l’unica scuola all’epoca che offriva l’opportunità di fare il doposcuola, scoprii un altro mondo. Lì spesso mi veniva ricordato che avevo un solo genitore da una suora un po’ cattivella che evidentemente con la religione cattolica aveva ben poco a che fare e da un paio di bambini che inesorabilmente, e ogni volta sulla soglia del cancello di uscita, appena la maestra si girava per richiamare qualcuno, mi facevano notare che loro, al mio contrario, avevano un papà premuroso che li aspettava e li veniva a prendere ogni giorno. Certo non posso dire di non avere fatto un plissé e di non essere rimasta ferita da cotanta cattiveria all’epoca, ma il punto di forza di ognuno di noi sta sempre nel riconoscere il punto di debolezza di un’altra persona. Da soli o con l’aiuto di qualcuno poco importa. Perché l’importante alla fine è capire che chi ti offende non è mai una persona forte. Può avere tanto potere, ma non necessariamente essere altrettanto forte.

Poiché mia madre era molto impegnata col lavoro dopo il divorzio, io trascorrevo la maggior parte del mio tempo con mia nonna, nonna Ines, che adoravo. Classe 1908, mia nonna era una donna eccezionale perché riusciva a mettere la passione in tutto. Dote che poi ho scoperto anche in mia madre. Mia nonna, nota sarta, un giorno mi disse che aveva avuto l’incarico di cucire gli abiti per uno spettacolo teatrale di una delle compagnie di avanspettacolo tra più note all’epoca in Italia. Ricordo tutt’oggi la sensazione che provai quando mi fece entrare in una stanza strapiena di abiti di lustrini e paillettes destinati al corpo di ballo. Io lì talvolta mi nascondevo e mi divertivo ad indossare i vestiti più belli immaginando di essere una grande star. E questa voglia di sperimentare, di scoprire poi non mi ha più abbandonato. Quando dal collegio sono passata alla scuola pubblica, ho scoperto quanto fosse bello fare amicizia con i maschi, semplicemente perché con loro potevo dare sfogo alla mia vivacità correndo come una pazza per giocare a nascondino o al tiro delle cannucce, persino a calcio, anche è sempre stato il mio tallone di Achille. E poi il primo fidanzato Maurizio, conosciuto al mare dopo che aveva trascorso settimane e settimane a buttare sassolini sul mio asciugamano, per attirare la mia attenzione, mentre ero stesa sul mio asciugamano a prendere il sole. Anche lui era diverso. Una persona geniale in tutto. Ma senza spocchia. E poi Miguel. Con lui era nata una bella amicizia. Lui era arrivato in Italia perché aveva vinto una borsa studio in Venezuela per continuare gli studi di medicina in Italia. Ultimo di 8 figli, era scappato dal suo Paese per cercare un’opportunità di riscatto sociale nel nostro Paese. E ci era riuscito con non pochi sforzi.

Spesso ripeteva un mio vecchio collega inglese: “Be different, proactive but always in a positive way”. Io in quel periodo stavo facendo uno stage in un quotidiano inglese e onestamente non davo tanto peso alle sue esternazioni che ogni tanto echeggiavano nella stanza senza nessun preavviso. Ma da lui imparai tante cose. Da lui imparai anche a stare lontano da quelle persone che usano la diversità per sfogare il loro ego represso o smisurato.

“Solo se riusciremo a vedere l’universo come un tutt’uno in cui ogni parte riflette la totalità e in cui la grande bellezza sta nella sua diversità, cominceremo a capire chi siamo e dove stiamo”, scrisse lo scrittore fiorentino Tiziano Terzani. E questo dovrebbe diventare lo spunto di tante nostre riflessioni quotidiane.

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