LA RESILIENZA LA IMPARIAMO DA BAMBINI E LA DIMENTICHIAMO DA GRANDI

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di Patrizia Vassallo

Mai come in questo periodo la parola resilienza viene usata un po’ da tutti come l’assioma della rinascita, un nuovo trend in epoca Covid-19. Un elisir di salvezza. In realtà la resilienza è una caratteristica insita nell’essere umano fin dal primo vagito. E connota la nostra esistenza anche successivamente quando cerchiamo di fare i primi passi spingendo via la mano di mamma e papà perché vogliamo dimostrare a noi stessi che possiamo farcela anche da soli. Peccato non ricordare a volte la soddisfazione provata per avere aperto il nostro primo cassetto, arrivando più o meno alla stessa altezza. E che dire della prima pipì seduti sul water, la prima pedalata sulla bici senza rotelle. E di quella prima (e forse anche l’ultima volta) che siamo riusciti a fare più salti di tutti al gioco della corda. Il primo motorino, la prima vespa, la prima volta alla guida di una macchina, la patente, la prima macchina, la prima ragazza, il primo ragazzo, il primo amore, il primo anello regalato, il primo anello ricevuto. Il primo bacio, la prima volta che …, il primo piatto cucinato fai-da-te, la maturità, la laurea, una promozione importante, la guarigione da un male oscuro o da un amore malato e la rinascita. Ecco forse sono proprio la difficoltà di attingere ai ricordi passati, presi dalla frenesia del quotidiano, oltre che la mancanza di prospettive sicure, che ci rendono meno resilienti.

I libri delle ricerche da ritagliare

I ragazzi degli anni Settanta, che non potevano ancora contare sull’aiuto di internet per studiare, quando un maestro o un professore dava per compito una ricerca da fare, sfogliavano enciclopedie, libri di testo, di narrativa e i mitici libri delle ricerche a tema da ritagliare. Roba da fare sorridere i ragazzi di oggi, Millennials e soprattutto quelli della Gen z. Eppure questi mezzi seppur frugali, hanno insegnato a molti ad essere più intuitivi e più resilienti. Come hanno insegnato ad essere resilienti anche i brutti voti. Ricordo che alle elementari io e alcuni miei compagni avevamo formato una piccola task force e nel pomeriggio facevamo esercizi di qualsiasi materia rifacendo e ripassando tutto quello che pensavamo di non avere capito. E se prendevi 4, non c’era per forza il genitore che correva a scuola a difendere le tue ragioni (anche se con questo non voglio dire che i maestri e i professori abbiano sempre ragione), ma stavi incollato alla sedia a studiare fino allo sfinimento per prendere almeno un sette. Perché il voto aveva un valore, perché la scuola aveva un valore. E per prendere un bel voto non occorreva essere dei geni, bastava solo studiare con profitto e resilienza. Come si può fare oggi. Studiando senza il cellulare a portata di sguardo. Perché l’sms che ogni due per tre arriva e fa illuminare lo schermo distoglie l’attenzione dallo studio, come anche dare un’occhiata ogni tanto a Instagram, Tik Tok , certo è sempre meglio di chi trascorre ore e ore a vedere video su YouTube. Ma anche in questo occorre essere resilienti. E non dipendenti.

L’amicizia e l’amore

Con gli amici spesso bisogna essere resilienti e con le persone che amiamo (i famosi congiunti tanto per intenderci) ancora di più. Il lockdown ha messo alla prova tutti costringendoci a convivenze a volte forzate che hanno fatto venire a galla tutte le criticità dei nostri rapporti. Oltre che le nostre debolezze. Niente caffè al bar tutti assieme come prima, niente pizza con gli amici, niente uscite fuori porta, niente viaggi, niente sport di gruppo, niente dolcetto o scherzetto e anche il Natale quest’anno sarà diverso da tutti gli altri. Come anche il Capodanno. Chissà se tutto ciò ci avrà insegnato ad essere più selettivi, a dare un valore differente alla nostra vita e alle persone che ne fanno parte. Obbligandoci in alcuni casi a modificare pesi e misure. Forse stiamo imparando di nuovo ad essere davvero resilienti. Come quando eravamo bambini.

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