IL MOBBING NON DEVE ESSERE PIÙ CONSIDERATO UNA BRUTTA CONSUETUDINE, MA UN VERO E PROPRIO REATO

Spread the love

di Paola Macrì

Il 23 settembre 2020, la Camera dei Deputati ha approvato la proposta di legge di ratifica, a firma dell’onorevole Laura Boldrini, della Convenzione sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro. L’approvazione unanime sottolinea che la violenza e le molestie ledono la dignità umana e non possono più essere tollerate. Negli interventi che hanno preceduto la votazione finale, le rappresentanze di tutte le forze politiche hanno sottolineato la necessità e l’urgenza di una risposta istituzionale per prevenire e combattere il fenomeno che è in contrasto con i processi democratici e lo stato di diritto.

La violenza e le molestie sono una realtà pervasiva che colpisce tutti i paesi, le professioni e le modalità di lavoro. Sono milioni le persone nel mondo, in particolare le donne, che subiscono violenza e molestie sul lavoro. Queste minacciano le pari opportunità nel mondo del lavoro influenzando le relazioni sul lavoro, il coinvolgimento di lavoratrici e lavoratori, la salute, la produttività, la qualità dei servizi e la reputazione delle imprese, come pure l’accesso al mondo del lavoro.

I dati relativi all’Italia confermano che si tratta di un fenomeno diffuso che colpisce circa 1,4 milioni di donne durante la loro vita lavorativa. Il settore dei servizi è maggiormente colpito, come pure le fasce della popolazione di età medio-giovane e con un livello educativo medio-alto.

La vergogna di parlare delle violenze subìte e i numeri di casi di mobbing in aumento deve fare da volano per l’accelerazione dell’iter legislativo

Il dato più allarmante è che quasi l’81% delle vittime intervistate non ne abbia parlato con nessuno sul posto di lavoro e che meno dell’1% di loro abbia denunciato l’accaduto alle forze dell’ordine.

Il 21 giugno 2019, con l’adozione della Convenzione n. 190  e la Raccomandazione n. 206 dell’OIL sull’eliminazione della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro , i rappresentanti di governi, organizzazioni datoriali e sindacati della stragrande maggioranza dei 187 Stati membri dell’Organizzazione hanno espresso la necessità di cambiamento che le società vogliono realizzare. La convenzione promuove un’ampia protezione contro violenza e molestie, richiede che tutti i suoi aspetti integrino la prospettiva di genere e che prestino particolare attenzione a coloro che sono più vulnerabili o in situazioni di maggiore vulnerabilità. I soggetti protetti dal nuovo strumento includono tutte le lavoratrici, i lavoratori e le altre persone nel mondo del lavoro, a prescindere dalla tipologia del rapporto di lavoro, ricomprendendo gli individui che esercitano l’autorità, i doveri e le responsabilità di datrice o datore di lavoro. Estendendo la sua portata al mondo del lavoro, la Convenzione guarda con lungimiranza alla natura mutevole del mercato del lavoro — andando oltre il luogo di lavoro fisico, estendendosi a tutti settori economici e le circostanze in cui possono verificarsi fattispecie di violenza e molestie — in occasione di lavoro, in connessione con il lavoro o che scaturiscono dal lavoro, includendovi quelle che si verificano attraverso l’utilizzo di strumenti telematici.

Al più presto la ratifica della Convenzione

“La ratifica della Convenzione potrebbe dare impulso ad una politica nazionale di prevenzione e contrasto della violenza e delle molestie nel mondo del lavoro e fare da apripista per la ratifica di molti altri Paesi” ha detto Gianni Rosas, direttore dell’Ufficio OIL per l’Italia e San Marino. Il recepimento di alcuni aspetti dei suoi tre pilastri (protezione e prevenzione, meccanismi di ricorso e di risarcimento, e formazione e sensibilizzazione) potrebbe espandere l’efficacia delle iniziative già in corso in Italia e dare maggior fiducia alle lavoratrici e i lavoratori nel riportare e denunciare i casi di violenza e molestie. “La votazione unanime (23 settembre 2020) alla Camera è un traguardo molto importante ed è di buon auspicio per il prosieguo dell’iter di ratifica presso il Senato che speriamo si possa concludere al più presto”, ha aggiunto Rosas.

La Corte di Cassazione ha riconosciuto il mobbing come malattia indennizzabile dall’INAIL

Con la sentenza numero 20774/2018 la Corte di Cassazione sancisce che il danno psicologico subito dal lavoratore vittima di mobbing da parte del datore di lavoro vada ricondotto alle malattie indennizzabili dall’INAIL.

È ormai consolidato l’orientamento secondo cui non esiste solo il rischio specifico proprio di un determinato tipo di lavoro, ma esiste anche il rischio specifico improprio, cioè quello collegato alla prestazione e non insito in essa. Secondo i giudici, nel momento in cui il lavoratore è stato ammesso a provare l’origine professionale di una malattia, vengono meno anche i criteri secondo cui si selezionano i rischi professionali (quelli tabellati).

La Cassazione, dopo un lungo e complesso ragionamento, ha affermato che sono indennizzabili tutte le malattie fisiche e psichiche riconducibili al lavoro o alle modalità in cui si svolge. Pertanto anche il mobbing è riconosciuto come malattia anche se non è compreso tra le malattie tabellate perché il lavoro coinvolge la persona in tutte le sue dimensioni e la pone a rischio sia fisico che psichico.

La violenza psicologica non deve essere derubricata, perché spesso è peggiore di quella fisica

In questo periodo laddove non si ha la possibilità di dare il benservito con la chiusura di un contratto a tempo determinato, (in particolare nella grande industria) molti sono i datori di lavoro che fanno uso di mobbing come mai se n’era fatto uso prima. In questi giorni Maurizio Landini, segretario generale della CGIL, ha più volte parlato di dignità del lavoro all’interno dei luoghi, ha ribadito che i licenziamenti non sono una soluzione delle crisi, ha sottolineato che non devono esistere lavoratori di serie A e di serie B. Quindi mai come adesso è necessario andare oltre le parole. L’art. 2087 c.c. che prevede che il datore di lavoro adotti tutte le misure necessarie e idonee per tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei suoi dipendenti come piena e sacrosanta trasposizione dei valori costituzionali di cui agli artt. 32 e 41 della Costituzione. In pratica il datore di lavoro non dovrebbe adottare comportamenti lesivi dell’integrità psicofisica che tra l’altro sono fonte non solo di responsabilità contrattuale per inosservanza della norma anzidetta, ma anche di responsabilità contrattuale per la violazione dei principi di buona fede e correttezza, (artt. 1175 e 1374). Invece sempre più spesso lo fa. La Giurisprudenza più recente unanimemente ha riconosciuto il nesso causale tra malattia morale e/o mentale con le condotte negative e persecutorie del datore di lavoro. Insomma la condotta pregiudizievole del datore di lavoro ripetuta e costante, perpetrata con il solo obiettivo di reprimere psicologicamente e moralmente il lavoratore, tanto da indurlo all’isolamento e a recedere dal posto di lavoro, va punita. Sono state esperite CTU da Tribunali in varie parti di Italia (e anche in altri paesi europei) che attestano che il Mobbing provoca disturbi di grande rilevanza ansia, depressione, vertigini, cefalea, senso di soffocamento, tendenza all’isolamento, impotenza sessuale e persino infarto del miocardio.

La conclusione non deve essere solo che il mobbing venga riconosciuto come una vera e propria malattia professionale, assicurabile dagli Enti previdenziali, ma soprattutto venga riconosciuto come un vero e proprio reato con una sua specifica connotazione

L’art 2043 del c.c. stabilisce la colpevolezza del datore di lavoro nel momento in cui pratica un comportamento doloso o colposo volto a creare pregiudizio (Art2043. (Risarcimento per fatto illecito). Qualunque fatto doloso o colposo, che cagiona ad altri un danno ingiusto, obbliga colui che ha commesso il fatto a risarcire il danno. (Vedi anche sentenza 184/86 della Corte Costituzionale). Rilievo particolare riveste poi l’art. 32 della nostra Carta Costituzionale che protegge la salute dell’uomo non solo come interesse della comunità sociale, ma anche come diritto fondamentale del singolo. E poi inconfutabilmente erga omnes c’è l’art. 4 della Costituzione che riconosce il diritto del lavoro e promuove le condizioni che rendono effettivo questo diritto, sostenuto dall’art. 3 che al secondo comma dice che è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che limitano di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini impedendo il pieno sviluppo della persona umana.  In conclusione in Italia non c’è una legge specifica che punisca il mobbing, ma bisogna cercare i puzzle di questa pratica in alcune fattispecie criminose come l’abuso di ufficio, le molestie sessuali, le lesioni personali ex art, 590 c.p. oppure gli atti persecutori.

E in Europa?

A livello europeo invece importante sono state la risoluzione  n. A5-0283/02 e le misure per prevenire e contrastare il mobbing e le molestie sessuali sul posto di lavoro, nei luoghi pubblici e nella vita politica nell’UE (2018/2055(INI) che esortano gli Stati membri a disciplinare il fenomeno.
Cosa si può fare? Andare avanti e non solo in Italia e fare in modo che il mobbing venga riconosciuto come un reato punibile in quanto tale. Senza più ritardi e scuse.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Translate »
error: Content is protected !!
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: